Sr. Patrizia Girolami, Il Padre nostro di Benedetto

Capitolo XVII domenica T. O. (C) [1]

Nella liturgia di questa domenica abbiamo l’insegnamento di Gesù sulla preghiera nel vangelo di Luca e il Padre nostro. Ho pensato, allora, di fermarmi sul Padre nostro di S. Benedetto nella Regola, perché mi sembra significativo, anche per quanto riguarda il tema delle relazioni su cui stiamo riflettendo. Sappiamo tutte, infatti, che nella Regola Benedetto prevede la recita del Padre nostro nell’Ufficio divino, ma forse non comprendiamo a pieno la motivazione e il significato profondo di questa sua prescrizione. Questo capitolo vuole essere, perciò, un modo per approfondire, dal punto di vista della Regola, la parola del Vangelo di oggi, ma anche per continuare a riflettere sulle nostre relazioni e su uno strumento che Benedetto ci dà per custodirle e purificarle di continuo.

Dal cap. 8 al cap. 20 della RB troviamo il codice liturgico, nel quale Benedetto stabilisce l’ordo della liturgia monastica. Molti di questi capitoli ci possono sembrare a prima vista tecnici e quasi senza profondità spirituale, ma in verità non è affatto così. La stessa collocazione del codice liturgico nel corpus della RB smentisce subito questa impressione. La sezione liturgica è volutamente collocata da Benedetto, diversamente anche dalla Regola del Maestro a cui direttamente si ispira, fra la sezione spirituale (capp. 1-7) e quella disciplinare (dal cap. 21 in poi) o meglio ancora è situata dopo il cap. sull’umiltà e prima dell’ordinamento della comunità che inizia al cap. 21 con i decani del monastero.

Questa posizione non può essere certamente casuale, ma vuol dire essenzialmente due cose. La prima è che la preghiera ha il suo presupposto fondamentale in ciò che Benedetto dice proprio nella sezione spirituale e in particolare nel cap. sull’umiltà. Il servizio divino, dunque, presuppone una formazione spirituale conseguita attraverso la pratica dell’umiltà, della pazienza, dell’obbedienza, della riverenza e del timor di Dio, di cui Benedetto ha parlato nei capitoli precedenti e di cui ci parla anche nei capitoli 19-20 del codice liturgico; inoltre il servizio divino, l’Opus Dei, è prioritario rispetto a tutte le questioni organizzative e disciplinari e a tutti gli altri adempimenti della vita conventuale. La seconda cosa, infatti, è che la preghiera e la liturgia sono la base della vita della comunità monastica, che Benedetto ordina a partire dal cap. 21. Non c’è vita comunitaria, e dunque non ci sono né possono esserci relazioni fraterne nella comunità, senza preghiera e liturgia, secondo quanto è prescritto in RB 43,4: «nulla anteporre all’Ufficio divino».

Che la preghiera e la liturgia siano la base della vita della comunità e delle relazioni si può vedere da tanti particolari, su cui ora non mi soffermo (ma si potrebbe pensare, per fare un solo esempio, a quante volte ricorre, l’espressione omnes, “tutti”, nel codice liturgico). È proprio in questo contesto, della vita della comunità e delle relazioni, che ha il suo valore la preghiera del Padre nostro, di cui Benedetto parla nel cap. 13.

In questo capitolo Benedetto vuole che nell’Ufficio si reciti sempre il Padre nostro, tanto alle Lodi e a Vespro, quanto nelle piccole ore, sia pure con modalità diverse. Scrive così:

l’Ufficio delle Lodi e del Vespro non si chiuda mai senza che, secondo l’uso stabilito, alla fine, tra l’attenzione di tutti, il superiore reciti il Pater per le offese alla carità fraterna che avvengono di solito nella vita comune […] Nelle altre Ore, invece, si dica ad alta voce solo l’ultima parte del Pater, a cui tutti rispondano: “Ma liberaci dal male”.

Alle Lodi e ai Vespri, dunque, è l’abate che deve dire a voce alta la preghiera del Signore, il Padre nostro, a nome di tutti e in modo che tutti l’ascoltino (omnibus audientibus); nelle altre celebrazioni della giornata, invece, non è chiaro se lo dice solo l’abate o tutti insieme ad alta voce, ma in ogni caso si recita soltanto l’ultima parte, a cui tutti rispondano con l’ultima invocazione: “Ma liberaci dal male” (RB 13,14). Inoltre Benedetto dà una spiegazione chiara del motivo per cui si deve recitare il Padre nostro: come dice il testo latino, propter scandalorum spinas quae oriri solent, a causa, cioè, letteralmente, delle spine degli scandali che solitamente sorgono in seno alla comunità (RB 13,12).

Le “spine degli scandali” sappiamo bene, per esperienza, cosa e quali siano: sono tutti quegli attriti, dissensi, contrasti, litigi, contese, dissapori, tensioni, arrabbiature, discussioni, e chi più ne ha più ne metta, che scoppiano da un momento all’altro, quotidianamente, nella comunità, che feriscono e fanno sanguinare – questo il senso della metafora delle spine – e che sono di “scandalo”, turbano la nostra sensibilità e la nostra coscienza, sono, cioè, come una pietra d’inciampo rispetto alle nostre convinzioni e ai nostri principi, perché ci fanno toccare con mano tutta la distanza e incoerenza che c’è fra l’ideale e il reale, fra come la comunità dovrebbe essere e come è, fra come noi stessi ci illudiamo di essere e come in realtà siamo. Lo scandalo, si potrebbe dire, è, in verità, la scoperta della miseria e della povertà della comunità e prima di tutto di noi stessi.

Benedetto, tuttavia, non si scandalizza per niente, nel senso che tutta questa gamma di divisioni e di conflitti sono in un certo senso per lui “normali”, e per questo dice quae oriri solent, “che sono soliti sorgere”. Benedetto è sempre molto realistico! Lo scopo, dunque, della recita del Padre nostro è proprio quello di ricomporre e sanare queste divisioni, contrasti, liti che come spine (e le spine appunto feriscono!) nascono si può dire “normalmente” e quotidianamente nella comunità.

Prima di analizzare meglio questo effetto terapeutico della preghiera di Gesù per la vita della comunità, due considerazioni. La prima è che la recita del Padre nostro a quasi tutti gli Uffici si può considerare una vera e propria innovazione di Benedetto, e questo è molto significativo. Nel secolo di Benedetto non era questa la prassi prevalente testimoniata dai testi liturgici e dalle altre regole. Facendo un po’ di storia e basandosi sui documenti che possediamo, sembra che un uso strettamente liturgico del Padre nostro non si verifichi prima della seconda meta del IV secolo, mentre prima soltanto la Didaché ne raccomanda la preghiera tre volte al giorno, ma solo nell’ambito strettamente personale. Quindi, nonostante i celebri commenti al Pater dei Padri anteniceni (Origene, Tertulliano, Cipriano), la recita della preghiera del Signore sembra rimanere legata alla pratica individuale e non è attestata in nessuna testimonianza della liturgia quotidiana sia dell’ufficio monastico sia in quello di tipo “cattedrale” prima del VI secolo. Lo stesso Cassiano, pur essendo non solo il più insigne testimone della vita monastica e delle sue istituzioni (inclusa la liturgia monastica originaria), ma anche il primo commentatore del Padre nostro nell’ambito monastico, raccomanda l’uso della preghiera del Signore nel suo insegnamento ascetico sulla preghiera dei monaci (Coll. 9), ma non la menziona quando descrive la liturgia comunitaria dei monaci (Inst. 2-3)[1].

Al tempo di Benedetto la recita ad alta voce del Padre nostro al termine delle Lodi e dei Vespri è una consuetudine attestata in Spagna dopo il Concilio di Gerona (517), ma a Roma il Padre nostro si doveva essere recitare come orazione conclusiva solo sporadicamente e in silenzio soltanto a Vespro. Non si trova in altre regole anteriori a quella di Benedetto e nemmeno nella RM, a cui la RB rimanda per molti aspetti. Benedetto opta, quindi, per questa scelta, in maniera assolutamente innovativa, perché riconosce alla recita del Padre nostro una funzione fondamentale, su cui ritorneremo.

La seconda considerazione è che Benedetto è consapevole del valore comunitario della recita del Padre nostro. Benedetto XVI, commentando la preghiera di Gesù nella versione di Matteo, scrive: il Padre nostro è «una preghiera alla prima persona plurale, e solo entrando a far parte del “noi” dei figli di Dio possiamo superare i confini di questo mondo ed elevarci fino a Dio. Questo “noi” risveglia la parte più intima della mia personale; nell’atto del pregare, l’aspetto esclusivamente personale e comunitario devono sempre compenetrarsi. […] nella relazione con Dio: il “noi” della comunità orante e la dimensione personalissima di ciò che si può comunicare solo a Dio si compenetrano a vicenda»[2]. S. Benedetto sembra profondamente convinto di questa duplice valenza, personale e comunitaria, dell’orazione del Signore e che il rivolgersi a Dio come Padre “nostro” fa di questa preghiera la preghiera della comunità per eccellenza. Il fatto che ne affidi la recita all’Abate, soprattutto a Lodi e Vespro, ne è la conferma. L’Abate non è solo il vices Christi, e quindi colui al quale più di chiunque altro si addice pronunciare le stesse parole di Gesù, ma è anche il pastore del gregge, il punto di unità di tutta la comunità, e quindi anche colui che la rappresenta davanti a Dio. In questo senso la funzione dell’Abate è vicina a quella di Abramo, che si espone e intercede presso Dio, come in una contrattazione, per salvare gli abitanti di Sodoma, nella liturgia di oggi (cf. Gen 18,20-32).

Ma perché Benedetto vuole che si reciti proprio il Padre nostro? In parte abbiamo già risposto, ma non basta. Il Padre nostro conferisce alla celebrazione liturgica la funzione di un vero e proprio sacramento di riconciliazione, che purifica il cuore dei fratelli e ristabilisce le relazioni fraterne ferite nella comunità. C’è, tuttavia, ancora un altro aspetto da considerare. Benedetto privilegia i versetti finali del Padre nostro, quelli in cui si chiede a Dio di perdonare i nostri peccati, ma in cui ci si impegna anche, a nostra volta, a perdonare quelli degli altri, cioè le offese ricevute. È l’ultima parte del Padre nostro in cui chiediamo: «rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12); ed è questo, per Benedetto, il cuore della preghiera del Signore.

In effetti la portata di questi versetti del Padre nostro è a dir poco rivoluzionaria per quanto riguarda le relazioni e quindi per la vita comunitaria. Scrive sempre Benedetto XVI a questo proposito: «La domanda del Padre nostro presuppone un mondo nel quale esistono debiti di fronte a Dio; ogni colpa tra uomini comporta in qualche modo un ferimento della verità e dell’amore e si oppone così a quel Dio che è la Verità e l’Amore. Il superamento della colpa è una questione centrale di ogni esistenza umana; la storia delle religioni gira intorno a tale questione. Colpa chiama ritorsione; si forma così una catena di indebitamenti, in cui il male della colpa cresce di continuo e diventa sempre più difficile sfuggirvi. Il Signore, con questa domanda, ci dice: la colpa può essere superata solo attraverso il perdono, non attraverso la ritorsione. Dio è un Dio che perdona, perché ama le sue creature; ma il perdono può penetrare, può diventare efficace solo in colui che, da parte sua, perdona»[3].

Perdonare, dunque, per essere perdonati: è questa la convinzione anche di Benedetto nella Regola. Ma c’è ancora di più. Recitare questi versetti, «rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori», equivale per Benedetto a impegnarsi pubblicamente a perdonare. In RB 13,13, un versetto che rischia spesso di non essere compreso a fondo, Benedetto stabilisce di recitare il Pater in modo che coloro che sono presenti all’Ufficio possano purificarsi da queste colpe, «grazie all’impegno preso con la stessa preghiera nella quale dicono: “Rimetti a noi, come anche noi rimettiamo”». Nel latino della Regola: ut conventi per ipsius orationis sponsionem qua dicunt: “Dimitte nobis sicut et nos dimittimus”, purgent se ab huiusmodi vitio.

Da notare è proprio l’espressione “per ipsius orationis sponsionem”. La parola sponsio in latino significa impegno solenne, promessa, obbligazione reciproca, stipulazione fra due parti, ed è un termine tecnico giuridico. Nel diritto romano, la sponsio era l’antico contratto verbale, con il quale era possibile assumere obbligazioni di qualsiasi contenuto mediante la pronuncia di determinate parole. Ha un’origine probabilmente sacrale, giacché presenta analogie con la formula del giuramento. Nella società romana costituiva, dunque, una forma di giuramento compromissorio valida sia in ambito giuridico che religioso e la base attraverso cui si sono sviluppate le obbligazioni in senso moderno.

La frase di Benedetto vuol dire, perciò, che quella speciale richiesta del Padre nostro: “Dimitte nobis sicut et nos dimittimus”, “Rimetti a noi, come anche noi rimettiamo”, si deve recitare, perché, “mediante l’impegno solenne di questa preghiera” (per ipsius orationis sponsionem) i monaci che si trovano insieme in coro (conventi) oppure anche che sono come chiamati in giudizio da Dio (il verbo convenire può avere anche questo significato giuridico) si purifichino dal loro vizio e si lascino correggere da quelle parole, impegnandosi, come con un giuramento, a perdonarsi a vicenda. Per mezzo di questa promessa (per sponsionem) che essi pronunciano pubblicamente, è come se i fratelli “giurassero” di perdonarsi gli uni gli altri: questa è la logica che sta dietro la prescrizione di Benedetto.

In altri termini, lo scopo per cui Benedetto vuole che quei versetti del Pater siano pronunciati con tale solennità è che i monaci si sentano come ufficialmente vincolati dalla promessa (“giuramento”) di rimettersi a vicenda i debiti e dal perdono reciproco. Il fatto che il superiore reciti ad alta voce il Padre nostro e tutti i monaci debbano udire e rispondere, implica la formale accettazione di quanto Gesù mette sulle nostre labbra con quella preghiera, in particolare proprio il Dimitte nobis sicut dimittimus. Questi versetti sarebbero, perciò, una sorta di obbligazione che vincola all’impegno del perdono reciproco. Recitarli è come sottoscrivere pubblicamente, sette volte al giorno, tante quante sono le ore dell’Ufficio divino, un patto di perdono reciproco con Dio e con i fratelli: riceviamo da Dio il perdono, ma per poterlo a nostra volta donare ai fratelli. Se il perdono che riceviamo da Dio non è dato a sua volta agli altri, rimane inefficace.

S. Cipriano, che Benedetto ha ben presente in tutta la Regola, nel suo commento al Padre nostro, dice qualcosa di simile: «[Il Signore] Aggiunse poi una legge imponendoci una determinata condizione affinché si attui ciò che promette: cioè di domandare che ci vengano rimessi i peccati nella misura in cui anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Ci fa saper di non poter impetrare ciò che chiediamo a discolpa dei nostri peccati se non dopo aver fatto altrettanto anche noi verso i nostri peccatori. […] Con più fermezza e con più forte minaccia Cristo propone questa norma nei suoi insegnamenti: “Quando vi mettete a pregare perdonate se avete qualche cosa da perdonare a qualcuno, perché anche il Padre vostro che è nei cieli rimetta a voi i peccati. Se invece non avrete misericordia, neppure il Padre vostro che è nei cieli rimetterà a voi i vostri peccati”. Non ti resta alcuna scusa per il giorno del giudizio, perché tu sarai giudicato secondo il tuo modo di giudicare: avrai in contraccambio quello che hai fatto. Dio infatti ha comandato di essere uomini di pace, di concordia e di unità nella sua casa» (De orat. dom. 23).

Nei primi secoli, addirittura, il Padre nostro era considerato il mezzo ordinario per rimettere i peccati veniali. Dice S. Agostino: «I peccati, anche se sono quotidiani, almeno non siano mortali; prima di avvicinarvi all’altare, badate a dire: Dimitte nobis» (Tract. in Ioan. 26,11). Benedetto, non solo attribuisce alla recita della formula finale del Pater questa capacità di perdono, ma ritiene anche che con questa ci impegniamo formalmente e pubblicamente a perdonare. Per questo vuole che sia detta da tutti, perché non avvenga quello che Cassiano curiosamente racconta nelle Collazioni di certi cristiani, che durante la recita del Pater in comune passavano sotto silenzio il Dimitte, per non sentirsi obbligati da quelle parole a perdonare a loro volta. Il passo di Cassiano fa sorridere, ma è un’omissione che tutti facciamo in altro modo nei fatti. Scrive: «Se vogliamo essere giudicati benignamente, dobbiamo essere a nostra volta benigni verso coloro che ci hanno offeso. Tanto infatti ci verrà rimesso quanto noi avremo rimesso a coloro che ci hanno fatto del male, di qualunque natura sia. Molti hanno paura di questo e perciò, quando questa preghiera è cantata in chiesa da tutto il popolo raccolto, saltano questa frase [“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”], per paura di dichiararsi colpevoli piuttosto che doversi giustificare, non capendo così che pensare di escogitare questi stratagemmi nei confronti del giudice di tutti è cosa vana» (Coll. 9,22, 3-4).

Perché nessuno abbia a sottrarsi al riconoscimento della propria colpa e all’impegno di perdonare, Benedetto vuole che questa formula, invece, sia pronunciata per tutti dall’Abate e da tutti fatta propria nella liturgia, aggiungendo anche che, alle piccole ore, tutti rispondano pure, come richiesta corale e come assunzione di responsabilità: “Sed libera nos a malo” (RB 13,14). Perché, come conclude ancora Cipriano, commentando sempre il Pater: «Quando diciamo “liberaci dal male”, non resta niente che dovremmo ancora oltre ciò chiedere. Una volta ottenuta la protezione chiesta contro il male, noi siamo sicuri e custoditi contro tutto ciò che diavolo e mondo possono mettere in atto. Quale paura potrebbe ancora sorgere dal mondo per colui, il cui protettore nel mondo è Dio stesso?» (De orat. dom. 27).

Che cos’è, dunque, il Padre nostro di Benedetto? E perché gli attribuisce, allora, una così grande importanza nella preghiera liturgica? Perché soprattutto i versetti finali assumono la funzione di un patto con cui continuamente ci si impegna a riconoscere davanti a Dio le nostre mancanze, a chiedere il perdono e a concederlo ai nostri fratelli e sorelle. Per questo la recita del Padre nostro ha il potere di risanare di continuo le nostre relazioni e di ricostituire nell’unità e nella pace il tessuto di vita della comunità. E, perciò, è una medicina salutare per guarire le relazioni fraterne quotidiane e una sorta di purificatore che depura e disinquina continuamente l’aria in cui si svolge la vita comune. Pronunciarlo con questa coscienza, nella liturgia, nell’eucarestia, in refettorio, può aiutare anche noi a purificare e ristabilire di continuo le nostre relazioni.

___________

[1] Sr. Patrizia Girolani, Capitolo alla Comunità di Valserena.

[2] Su sull’uso del Padre nostro nei primi secoli cf. H. Buchinger, «La Preghiera del Signore fra esegesi catechesi e liturgia: il Padre nostro nei primi tre secoli», in Annali di Scienze religiose n. s. 3 (2010), pp. 15-39.

[3] Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Rizzoli, Milano 2007, p. 138.

[4] Ivi, p. 189.