San Rafael Arnáiz Barón

Nasce a Burgos, in Spagna, il 9 aprile 1911 in un’agiata famiglia borghese: natura ricca e sensibile, dotato di un vivissimo senso artistico, educato ad una solida pietà e pervaso dal senso del divino, si apre a tutto ciò che di buono e di bello può offrire la sua vita di giovane ricco, intelligente e capace di amore.

Studia architettura a Madrid, ma sentendo la chiamata alla vita trappista entra nel monastero di S. Isidoro il 16 gennaio 1934.

Attira subito l’attenzione dei fratelli per la santità della sua vita ma, dopo soli quattro mesi, ammalatosi gravemente di diabete giovanile, è costretto a rientrare in famiglia dove trascorre più di un anno prima di ritornare al monastero in qualità di oblato. Resta a S. Isidoro dal gennaio al settembre del 1936.

Esce di nuovo per il servizio militare ma, dichiarato inabile, fa ritorno in convento. Per una ricaduta nella sua infermità, deve uscire ancora il 10 febbraio 1937. Il 5 dicembre seguente, ristabilito, torna a S. Isidoro dove, pochi mesi dopo, muore per coma diabetico, il mattino del 26 aprile 1938 a soli ventisette anni di età.

Nel grido: “Sólo Dios” si condensa il significato dell’intera sua vita. Pervaso da una coscienza umile di sé e della grandezza di Dio, per lui tutto è grazia e dono del Signore. Nell’offerta delle piccole cose del quotidiano si apre ad amare sempre di più.

E’ però nella malattia che comprende più profondamente cos’è l’amore: accetta l’infermità, la rinuncia ai voti religiosi, la condizione di oblato, l’umiliazione dell’ultimo posto. In occasione dell’ultimo rientro in monastero aveva detto: “Ho lasciato la mia famiglia… Ho fatto a pezzi il mio cuore… Ho vuotato la mia anima dei desideri del mondo. Mi sono stretto alla tua croce. Cosa aspetti, Signore? Se quello che desideri è la mia solitudine, le mie sofferenze e la mia desolazione…, prendi tutto, Signore; io non ti chiedo niente”. Rafael ha questi soli desideri: “Unificarmi assolutamente e interamente con la volontà di Gesù; vivere soltanto per amare e soffrire; essere l’ultimo, meno che per obbedire”.

Sceglie con estrema consapevolezza la sofferenza e la solitudine psicologica, la fame e la sete provocate dalla malattia, l’inadeguatezza delle cure, l’umiliazione della sua avvilente diversità, pur avvertendone nella sua sensibilità vivissima tutta la ripugnanza naturale; vuole persino la sua stessa morte, perché la vuole Cristo, prevedendola prossima. Egli è arrivato, certo dell’amore di Dio, ad abbracciare la sua croce. E in questa sapienza della croce ha trovato la vera pace e la gioia. Come S. Teresa d’Avila è convinto che ‘Dio solo basta; a chi possiede Dio non manca niente’.

Anche l’amore per la Vergine Maria, cresciuto nella sua anima fin dalla fanciullezza, è stata una nota caratteristica della sua santità. Ci restano di lui opuscoli e lettere spirituali che testimoniano la linearità e la profondità del suo cammino: Rafael è stato definito il più grande mistico dei nostri tempi e il papa Giovanni Paolo Il l’ha proposto alla gioventù come modello.

É stato beatificato il 27 settembre 1992 e canonizzato l’11 ottobre 2009.

La Canonizzazione di Papa Benedetto XVI

Cappella papale per la canonizzazione dei Beati

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Domenica, 11 ottobre 2009

Cari fratelli e sorelle!

“Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Con questa domanda ha inizio il breve dialogo, che abbiamo ascoltato nella pagina evangelica, tra un tale, altrove identificato come il giovane ricco, e Gesù (cfr Mc 10,17-30). Non abbiamo molti dettagli circa questo anonimo personaggio; dai pochi tratti riusciamo tuttavia a percepire il suo sincero desiderio di giungere alla vita eterna conducendo un’onesta e virtuosa esistenza terrena. Conosce infatti i comandamenti e li osserva fedelmente sin dalla giovinezza. Eppure tutto questo, che è certo importante, non basta, – dice Gesù – manca una cosa soltanto, ma qualcosa di essenziale. Vedendolo allora ben disposto, il divino Maestro lo fissa con amore e gli propone il salto di qualità, lo chiama all’eroismo della santità, gli chiede di abbandonare tutto per seguirlo: “Vendi quello che hai e dallo ai poveri… e vieni e seguimi!” (v. 21).

“Vieni e seguimi!”. Ecco la vocazione cristiana che scaturisce da una proposta di amore del Signore, e che può realizzarsi solo grazie a una nostra risposta di amore. Gesù invita i suoi discepoli al dono totale della loro vita, senza calcolo e tornaconto umano, con una fiducia senza riserve in Dio. I santi accolgono quest’invito esigente, e si mettono con umile docilità alla sequela di Cristo crocifisso e risorto. La loro perfezione, nella logica della fede talora umanamente incomprensibile, consiste nel non mettere più al centro se stessi, ma nello scegliere di andare controcorrente vivendo secondo il Vangelo. Così hanno fatto i cinque santi che oggi, con grande gioia, vengono posti alla venerazione della Chiesa universale: Zygmunt Szczęsny Feliński, Francisco Coll y Guitart, Jozef Damiaan de Veuster, Rafael Arnáiz Barón e Marie de la Croix (Jeanne) Jugan. In essi contempliamo realizzate le parole dell’apostolo Pietro: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (v. 28) e la consolante assicurazione di Gesù: “non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo , che non riceva già ora… cento volte tanto… insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà” (vv. 29-30)

[…]

Alla figura del giovane che esprime a Gesù il suo desiderio di fare qualcosa di più di adempiere semplicemente ai doveri che la legge impone, tornando al Vangelo di oggi, fa dà contrappunto fratel Rafael, oggi canonizzato, morto a ventisette anni come oblato nella trappa di San Isidro de Deuñas. Anche lui apparteneva a una famiglia agiata e, come egli stesso dice, era di “animo un po’ sognatore”, ma i suoi sogni non svaniscono dinanzi all’attaccamento ai beni materiali e ad altre mete che la vita del mondo a volte propone con grande insistenza. Disse sì alla proposta di seguire Gesù, in maniera immediata e decisa, senza limiti né condizioni. In tal modo, iniziò un cammino che, dal momento in cui nel monastero si rese conto che “non sapeva pregare”, lo condusse in pochi anni sulla vetta della vita spirituale, che descrive con grande semplicità e naturalezza in numerosi scritti. Fratel Rafael, ancora vicino a noi, continua a offrirci con il suo esempio e con le sue opere un percorso attraente, soprattutto per i giovani che non si accontentano di poco, ma aspirano alla piena verità, alla più indicibile gioia, che si raggiungono solo attraverso l’amore di Dio. “Vita di amore… Ecco l’unica ragione per vivere”, dice il nuovo santo. E insiste: “Dall’amore di Dio viene tutto”. Che il Signore ascolti benigno una delle ultime preghiere di san Rafael Arnáiz, quando, nel donargli tutta la sua vita, lo supplicava:  “Prendi me e donati Tu al mondo”. Che si doni per ravvivare la vita interiore dei cristiani di oggi! Che si doni affinché i suoi fratelli della trappa e i centri monastici continuino a essere quel faro che fa scoprire l’intimo anelito di Dio che Egli ha posto in ogni cuore umano.

[…]

Cari fratelli e sorelle, rendiamo grazie al Signore per il dono della santità, che quest’oggi rifulge nella Chiesa con singolare bellezza. Mentre con affetto saluto ciascuno di voi – Cardinali, Vescovi, Autorità civili e militari, sacerdoti, religiosi e religiose, fedeli laici di varie nazionalità che prendete parte a questa solenne celebrazione eucaristica, – vorrei rivolgere a tutti l’invito a lasciarsi attrarre dagli esempi luminosi di questi Santi, a lasciarsi guidare dai loro insegnamenti perché tutta la nostra esistenza diventi un cantico di lode all’amore di Dio. Ci ottenga questa grazia la loro celeste intercessione e soprattutto la materna protezione di Maria, Regina dei Santi e Madre dell’umanità. Amen.