S.E. Mons. Alberto Silvani, Omelia nella Benedizione abbaziale di Md. M. Francesca Righi

Vi ho dato l’esempio

Monastero di Valserena
Domenica 8 settembre 2019
Domenica XXIII t.o. anno C

 

Pro 2,1-9: Inclina il tuo cuore alla prudenza.
Sl 22: Il Signore è il mio pastore.
Col 3,12-17: Al di sopra di tutto poi vi sia la carità.
Gv 13,1-15: Vi ho dato l’esempio.

  1. In questo giorno dedicato a Maria Nascente anche noi ci uniamo alla Chiesa di Milano e alla Chiesa universale per celebrare la grandezza di Maria, perché «la maternità della Vergine ha segnato l’inizio della nostra salvezza» (Liturgia). Rendiamo più grande la celebrazione di questo giorno con un rito quanto mai solenne e unico, come può essere la Benedizione della Abbadessa.
  2. Il nome di ‘Abate’ e ‘Abbadessa’ deriva dalla parola ‘Abbà’, che significa ‘Padre’, e fa riferimento all’amore di Dio Padre che si prende cura di tutte le persone, specialmente dei più bisognosi. Se le parole hanno un significato, il termina di Abate e Abbadessa ci rimanda ben oltre lo stile giuridico del superiore che comanda, e privilegia piuttosto il rapporto interpersonale di paternità-maternità, di fraternità e di amicizia. Questo rapporto non si realizza con calcoli umani, ma deve essere guidato dalla sapienza e dalla prudenza che viene dall’alto, come ci è stato ricordato nella prima lettura (Pro 2,2).
  3. Madre Maria Francesca inizia il suo ministero nel segno e nella protezione della Vergine SS.ma e con l’invocazione della benedizione del Signore, perché la responsabilità di dirigere un monastero è grande, prima di tutto verso le consorelle, ma non di meno verso la Chiesa universale e verso la storia passata e futura. Noi ci raccogliamo in preghiera attorno a lei, perché «nulla anteponga all’amore di Cristo, né consenta mai che altro amore prevalga nel cuore delle sorelle» (Liturgia). Nello stesso tempo esprimiamo riconoscenza e ringraziamento a Madre Monica per il prezioso e avveduto ministero svolto in questi venticinque anni.
  4. Lo scorrere continuo del tempo comporta anche il passaggio di responsabilità. Sant’Agostino nel commento al salmo 41 (Enarr. 41,4) usa una immagine quanto mai originale, ma che rende bene la necessità di alternarsi nel portare il peso delle responsabilità. Dice che i cervi quando camminano appoggiano la testa ciascuno sul dorso del cervo che lo precede. Il primo del branco porta il peso del secondo, e quando è stanco gli cede il posto e va a mettersi in fondo alla fila. Così ciascuno di noi porta il peso degli altri, e a sua volta dagli altri è sopportato. Facciamo la nostra comparsa nella storia, ci inseriamo in una tradizione iniziata prima di noi, affrontiamo le responsabilità con le capacità che abbiamo, e poi altri continueranno dopo di noi.
  5. Abbiamo sulle spalle il peso e la gloria di una tradizione di fede, e per la vita di una comunità è quanto mai importante continuare nel solco già tracciato e rispettare il lavoro di chi ci ha preceduto, riconoscere la bontà di quanto è stato fatto prima di noi e valorizzare i germi di bene che sono stati seminati. Insieme al rispetto per le istituzioni dobbiamo coltivare la gratitudine verso le nostre famiglie, le nostre parrocchie di origine, le persone che abbiamo incontrato e che ci hanno aiutato ad essere quello che siamo al presente. Ciascuno di noi ha vissuto le proprie esperienze, e ciascuno deve conservare rispetto e venerazione verso le persone che sono state strumento della Provvidenza nei suoi confronti.
  6. Il peso e la gloria della tradizione di fede ci pone degli obblighi anche verso le nuove generazioni, perché quello che abbiamo ricevuto non è solo un deposito nostro esclusivo, ma appartiene anche a coloro che verranno dopo. Non siamo i liquidatori di un patrimonio, anzi il richiamo religioso e spirituale ai nostri giorni non si affievolisce, nonostante le previsioni tendenziose di chi nel secolo scorso avrebbe voluto scrivere la parola ‘fine’ alla ricerca dell’Assoluto.
  7. Certamente il mistero della vita religiosa è incomprensibile per chi lo guarda dal di fuori, però oggi, come in ogni epoca, non mancano anime generose disposte ad abbandonare tutto per seguire Gesù e abbracciare il suo Vangelo. È difficile dare una spiegazione valida alle motivazioni che spingono una giovane a scegliere la consacrazione nella vita religiosa, perché ogni vocazione ha una storia a sé stante ed è determinata da un complesso di circostanze particolari e irripetibili. Bisogna ammettere che in ogni vocazione c’è sempre qualcosa di soprannaturale, e il gesto di chi risponde alla chiamata ha qualche cosa di eroico.
  8. Prendiamo atto che nelle nuove generazioni non mancherà la ricerca della vita religiosa, e per quanto possiamo e ci riguarda, prepariamo il futuro vivendo il presente giorno per giorno, senza fughe in avanti, testimoniando di persona la validità della nostra scelta. Mi permetto di proporre tre brevi considerazioni.
  9. In primo luogo deve apparire molto chiaramente che la scelta della vita religiosa è fatta «per Cristo». La preghiera, la liturgia, il silenzio, il lavoro, lo studio, sono contorni; sono cose importanti, ma non sono la sostanza. A volte una o l’altra di queste cose potrebbero anche mancare, ma non può venir meno la scelta di fondo, l’adesione a una persona che diventa regola di vita, come ci è stato proclamato nel vangelo: «Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,15). E in altro passo si dice ancora: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,43-45).
  10. In secondo luogo chi accoglie la chiamata compiendo una scelta impegnativa viene consacrato e diventa un richiamo costante verso le cose dello spirito, un testimone delle realtà invisibili. Per questo deve irradiare attorno a sé il profumo del quale è stato ricolmato lui stesso. Lo scrive chiaramente San Paolo ai Corinzi: «Siano rese grazie a Dio, il quale sempre ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde ovunque per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo per quelli che si salvano e per quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita» (2Cor 2,14-17). La presenza del consacrato in una società ha sempre il suo effetto, perché la luce si può oscurare, il rumore si può attutire, ma il profumo non si può nascondere. Questo profumo si irradia manifestando «sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, di reciproca sopportazione», come ci è stato proclamato. E «al di sopra di tutto vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione» (Col 3,12.14).
  11. Infine sono convinto che la vita interna dei monasteri sarà la sorgente da cui sgorgherà la nuova cultura e anche la nuova evangelizzazione, come è accaduto in passato quando i monasteri sono stati alla radice della cultura cristiana, italiana ed europea. Però se in passato la gloria di molti ordini religiosi e congregazioni ha fatto pensare (spesso anche a loro stessi) di essere la Chiesa o la parte migliore di essa, oggi è necessario ripensarsi dentro la Chiesa, individuando con chiarezza il posto e la parte che ogni famiglia religiosa è chiamata ad avere. La vita cristiana si vive nella Chiesa del presente, con le persone di oggi, non rifugiandosi nella Chiesa del passato o sognando la perfezione di una Chiesa che deve venire.