XXVIII Domenica del Tempo Ordinario
15 ottobre 2023
Valserena

Una volta ho chiesto alla mia professoressa di pianoforte di scrivermi una frase importante per lei. Ha scritto: “Non ho gli occhi per vedere”. È una frase molto bella e anche utile. Vi consiglio di memorizzarla, di interiorizzarla, può essere utile in molte situazioni della vita, nelle relazioni, ecc. Mi sono ricordato di lei e di questa frase quando stavamo raccogliendo le olive. Non “ho gli occhi per vedere”, l’ho ripetuto a me stesso come una preghiera, perché, pur sforzandomi, spesso non riuscivo a vedere davvero le olive, a differenza delle suore che le vedono già dalla finestra del monastero. Voi siete abituate, avete pratica, a differenza di me. Poi, quando ho visto il rimorchio di olive pieno, ho pensato che alla fine avevo visto qualcosa. E non è così male per me… Non ero così male, noi non eravamo così male.

Non ho gli occhi per vedere è una frase molto bella, umile. Una frase che dovrebbe esprimere l’atteggiamento di un credente. Si dice spesso che la fede è un dono. Sì, sono d’accordo, è un dono, un invito, ma per tutti senza eccezioni. Tutti la riceviamo come un piccolo seme di senape, ma a volte non cresce e muore per colpa nostra, di altre persone o del mondo che noi costruiamo. Tuttavia, tutti sono invitati, come ci dimostra il Vangelo di oggi.

Guardiamolo. Si tratta dell’ultima delle tre parabole che abbiamo ascoltato nelle domeniche precedenti, la parabola che Gesù racconta verso la fine del suo ministero pubblico come ultima proposta ai capi dei sacerdoti, ai farisei, non a tutti, non ai suoi discepoli. Questo è il primo punto per una corretta interpretazione.

La parabola parla di un banchetto nuziale. Le nozze sono un simbolo usato molto spesso dai profeti nell’Antico Testamento e quindi molto familiare ai capi della comunità ebraica. Una bella e allettante descrizione della festa è data da Isaia nella prima lettura.  Che cosa significa l’immagine delle nozze? Le nozze sono forse il simbolo più bello della nostra relazione con Dio. Le nozze esprimono il desiderio di Dio per un rapporto più intimo e profondo, la Sua comunione con l’uomo. Per questo l’immagine delle nozze sta all’inizio (Cana) e alla fine del ministero di Gesù, perché esprime il senso della sua incarnazione e della sua venuta.

Nel Vangelo di oggi abbiamo quattro gruppi di invitati alle nozze, che rappresentano noi (la gente), invitati alle nozze, alla fede, alla comunione con Dio.

La comunità di Israele è stata invitata per prima, per questo è così sicura di sé di fronte a Gesù. Hanno interpretato male questo primato. Rifiutano. Che cosa dovrebbe accadere perché io possa rifiutare un invito a nozze? Essere una trappista in un monastero contemplativo. Sto scherzando. Hanno rifiutato perché l’ospite era per loro un estraneo, non vivevano in un rapporto intimo con Dio, era colpa (scelta) loro. Questi sono quelli che non hanno fede e loro ne sono la causa. Dobbiamo essere onesti e sinceri con noi stessi.

Il secondo gruppo rifiuta perché ha le proprie attività e il proprio lavoro. Questi sono coloro che hanno perso la fede nel mondo. Il più spesso perdiamo la fede quando vogliamo prendere la nostra vita nelle nostre mani, così ci rivolgiamo a mammona e ci affidiamo al mondo e a ciò che ci offre. Ma la vita ci sfugge sempre di mano e allora sperimentiamo l’angoscia, come vediamo oggi intorno a noi. San Paolo ci mostra nella seconda lettura come sia interiormente libero da tutto ciò e come questo gli giovi: “So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza. Tutto posso in colui che mi dà la forza.” Solo un uomo che non fa affidamento su se stesso può dire questo.

Un terzo gruppo di invitati insulta i messaggeri e li uccide. Questi sono gli altri, i miei vicini, che possono deformare o uccidere la fede di un’altra persona. L’evangelista Matteo scrive questo testo dopo la distruzione del Tempio e di Gerusalemme. “Il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.” Mi chiedo quale effetto abbia avuto questo testo sui Giudei in seguito, perché qui c’è l’adempimento di ciò che Gesù ha detto.  I Giudei uccisero i messaggeri di Gesù, i discepoli, e così il re distrusse la loro città, il loro sistema religioso.

Fortunatamente, la festa si svolge. Il re invita tutti, e questi tutti sono i pagani. Tutti sono invitati, anche i cattivi. C’è solo una condizione: una veste nuziale. Ci sono molte interpretazioni di questa parte del Vangelo, ma mi piace di più quella mia, perché penso che sia la migliore. Anche se questa mattina, durante la vigilia, abbiamo ascoltato una bella esegesi di Sant’Agostino. Ho avuto sempre compassione per l’uomo senza abito nuziale, in realtà non voleva nemmeno andare alle nozze, forse era in abiti da lavoro e grembiule perché voleva andare a raccogliere le olive. Alla fine, viene legato e gettato nelle tenebre. Poverino. Le parabole di Gesù fanno riflettere, sono piene di paradossi e di idee provocatorie. Una grande ispirazione per me come predicatore. L’invitato non vestito siamo noi, seduti qui oggi. San Paolo scrive di rivestirsi di Cristo. Gesù è l’abito. La sua grazia in cui è possibile vivere. Il Vangelo ha esigenze altissime, non basta accettare l’invito e venire, ma esige di più. Non basta apprezzare l’invito, ma bisogna anche trarne le conseguenze. Matteo scrive questo testo quando la comunità cristiana esisteva già, aveva i suoi successi ma anche i suoi fallimenti. Non siamo ingenui, Matteo ha avuto esperienza di cristiani che hanno accolto l’invito, ma non hanno fatto abbastanza, non hanno abbracciato veramente il nuovo stile di vita. Questo vale per la vita cristiana, per noi molto più intensamente in una vita dedicata a Dio. Dio non ci lascia in stallo, non vuole che stiamo fermi; non ci permette di cadere nel senso di superiorità ed esclusività in cui vivevano i farisei, coloro ai quali Gesù rivolge le sue parole. Dio vuole sempre di più e cose nuove. Ci mette nella stessa posizione di tutti coloro che sono alla ricerca, in cammino, che vivono nella fede, non nella certezza e nell’evidenza.

Qui torniamo alla frase con cui ho iniziato oggi: “Non ho gli occhi per vedere”. Penso che sia l’atteggiamento di un credente, l’atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, di fronte al mistero della fede. Nella prima lettura Isaia profetizza il luogo della festa: “Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni.” Non vediamo e non vedremo tutto perché vediamo solo come in uno specchio, ma quando vedremo veramente, scopriremo che non siamo solo anonimi invitati, ma che siamo la sposa amata del Re. Soprattutto per voi sorelle, questa immagine della sposa amata dal Re dovrebbe essere vicina e appropriata.Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”. Chiamati e eletti, in greco non c’è molta differenza, κλητοὶ /ἐκλεκτοί (klétoi/ekletoi), è solo un gioco di parole… “Non ho gli occhi per vedere.”

 

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