Capitolo del 13. 02. 2020 (VI domenica T.O. anno C)

 

Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano scatena una violenta persecuzione contro i cristiani, ordinando che “si dovevano ricercare e bruciare le divine Scritture e proibire di celebrare i sacri riti” (Atti dei Martiri, I). Ad Abitene, in Tunisia, un gruppo di 49 cristiani, contravvenendo agli ordini dell’Imperatore, si riunisce settimanalmente in casa di uno di loro per celebrare l’Eucaristia domenicale. Sorpresi durante una loro riunione, vengono arrestati e condotti a Cartagine davanti al proconsole Anulino per essere interrogati. E al proconsole, che chiede loro perché lo fanno, rispondono con la celebre frase: “Sine dominico non possumus”, “Senza la Domenica non possiamo vivere”.

Perché questo preambolo? Perché, oggi, domenica, ho pensato, in questo capitolo, di dire qualcosa della domenica, meglio ancora sulla teologia della domenica. E perché questo tema? Perché, preparando l’ultimo esame di liturgia, ho avuto modo di riprenderlo, e di ripensarlo, e mi è sembrato importante. Mi è sembrato importante, cioè, non perdere la coscienza del valore teologico della domenica per la nostra fede in modo da impiegare bene anche il tempo della domenica. Nello stile e nelle abitudini della nostra società sempre più secolarizzata, la domenica è stata ormai assorbita e sostituita del week-end e ha perso il senso cristiano. Noi, grazie a Dio, non corriamo questo rischio, ma siccome nella nostra vita i giorni un po’ si assomigliano l’uno con l’altro, sono un po’ tutti uguali, rischiamo semmai di dimenticarci che questo giorno è e rimane un giorno comunque “speciale”, un giorno che ha qualcosa di diverso e “in più” rispetto agli altri giorni, e che quindi deve essere vissuto anche in maniera diversa dagli altri giorni, con qualcosa “in più”. E che la domenica è un giorno speciale per noi monaci e monache ce lo dicono anche in modo particolare, la Regola (RB 48, 22-23) e le stesse Costituzioni che ci ricordano di “partecipare tutte insieme all’Eucarestia” e di “dedicarsi alla Lectio divina e all’orazione in maniera più ampia e intensa” (Cost 17.3).

Ma perché la domenica è un giorno speciale? Perché la domenica, ogni domenica, è Pasqua, con tutto quello che questo significa per la nostra fede. Se Fioretta ci domanderà oggi: “Che giorno è?”, le dovremmo rispondere: “È Pasqua!” Il cuore dell’anno liturgico, lo sappiamo benissimo, è la celebrazione della Pasqua, con il Triduo pasquale, ma la domenica è la Pasqua settimanale, celebrata ogni settimana. E questo dà alla domenica un valore e un’importanza tutta particolare nella scansione del tempo e dell’anno liturgico stesso. Un’importanza tale, ci dicono le Norme per l’ordinamento dell’anno liturgico, che la domenica cede la sua celebrazione solamente alle solennità e alle feste del Signore; ma le domeniche di Avvento, di Quaresima e di Pasqua hanno sempre la precedenza anche sulle feste del Signore e su tutte le solennità. SC, poi, chiama la domenica “festa primordiale”, l’archetipo di tutte le feste.

E allora vorrei fermarmi in breve sulla teologia della domenica, in 2 modi:

  1. a partire dai nomi con cui i cristiani hanno indicato la domenica fin dai primi secoli, che sono già una prima teologia della domenica;
  2. e poi riflettendo sul significato della domenica così come ce lo propone la lettera apostolica sulla domenica di GPII, Dies Domini (1998)

(segue)

 

 

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