Il soprannaturale, la grande promessa, non mette da parte la natura, al contrario. Chiama l’impegno di tutte le nostre forze per la completa apertura del nostro essere, per lo sviluppo di tutte le sue possibilità. In altre parole: la grande promessa della fede non distrugge il nostro agire e non lo rende superfluo, ma gli conferisce finalmente la sua giusta forma, il suo luogo e la sua libertà. Un esempio significativo per questo viene offerto dalla storia monastica. Essa comincia con la fuga saeculi, la fuga da un mondo che si chiudeva in sé nel deserto, nel non mondo. Là domina la speranza che proprio nel non mondo, nella povertà radicale, troverà il tutto di Dio, la vera libertà. Ma precisamente questa libertà della nuova vita ha fatto iniziare nel deserto la nuova città, una nuova possibilità di vita umana, una civiltà della fraternità, da cui si formarono isole della vita e della sopravvivenza nel grande tramonto dell’antica civiltà. «Cercate prima il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù», dice il Signore (Mt 6,33). La storia conferma la sua parola: aggiunge alla speranza teologica un ottimismo tutto umano. JOSEPH RATZINGER, Guardare Cristo, Jaca Book, Mi, 1989, p. 54.

I Capitoli di una storia lunga mille anni

Storia recente

Il monastero è scuola del servizio del Signore, nella quale Cristo viene formato  nel cuore delle sorelle  grazie alla liturgia, all’insegnamento della badessa e alla vita fraterna. Per mezzo della Parola di Dio le monache vengono formate ad una disciplina del cuore e dell’azione, per poter giungere, con l’obbedienza allo Spirito Santo, alla purezza del cuore e alla memoria incessante  della presenza di Dio. Dalle costituzioni

Valserena è un monastero di monache contemplative appartenenti all’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza (www.ocso.org).

Fondato nel 1968 dalla comunità di Vitorchiano (www.vitorchiano.org), si estende sulle colline toscane, tra i boschi e gli olivi della val di Cecina.

Il monastero delle Tre Fontane (www.abbaziatrefontane.it) a Roma è la casa del  Padre Immediato.

Seguiamo la regola di S. Benedetto secondo la spiritualità di Citeaux: una vita semplice e fraterna fatta di lavoro, preghiera e lettura, contrassegnata dalla ricerca di Dio nella verità di un’esistenza totalmente offerta.

In Italia, oltre alla Casa Generalizia che ha sede in Roma a Viale Africa, 33 (www.ocso.org) e oltre alle due menzionate sopra, sono appartenenti all’o.c.s.o. anche questi due monasteri maschili:

Monastero Cistercense (Trappista) “Madonna dell’Unione” Boschi, 12080 – Monastero Vasco (Cn) Tel. 0174/563388 – Fax 565856 – boschi@trappisti.it

Frattocchie – Abbazia N. S. del Santissimo Sacramento via Appia Nuova, 37 00040 Frattocchie ROMA trappisti@trappisti.org – www.trappisti.org

Dal IV secolo fino al Mille

Qualsiasi ne siano state le motivazioni storiche il movimento monastico è un fatto ricco e diversificato. Fin dai primi secoli uomini e donne, attratti da una sequela radicale di Cristo,  scelgono la solitudine di luoghi deserti, il discepolato da anziani padri e madri spirituali, la povertà e il lavoro manuale, la lettura continua della Parola di Dio e la tensione perseverante alla preghiera continua. Sia che sia nato in conseguenza alla pace costantiniana come sostituzione incruenta delle persecuzioni, sia che sia stato provocato dalle persecuzioni stesse che spingevano alcuni cristiani a rifugiarsi nel deserto, il motto “fuge, tace, quiesce” è divenuto il simbolo di una vita pienamente consacrata al Signore e alla Sua Parola. Così è stato a partire dai primi eremiti che si raccoglievano nel deserto Egiziano, dei quali Antonio è l’emblema. S.Atanasio descrive nella vita di Antonio l’esempio dell’uomo di fede conformato al Cristo vero uomo e vero Dio. Diffondendo la fede di Nicea diffuse anche in Occidente l’ideale monastico vissuto da Antonio e dagli eremiti del deserto Egiziano. Il Vescovo (Atanasio) ebbe modo di sostenere e diffondere in Occidente, prima a Treviri e poi a Roma, la fede nicena e anche gli ideali del monachesimo, abbracciati in Egitto dal grande eremita Antonio con una scelta di vita alla quale Atanasio fu sempre vicino. Sant’Antonio, con la sua forza spirituale, era la persona più importante nel sostenere la fede di sant’Atanasio” (Ben XVI 20-06-07). Dalla esperienza solitaria nel deserto si passa ai cenobi in seguito costituiti da Pacomio, fino a quella completa organizzazione stabilita da san Basilio il quale “Con saggio equilibrio seppe unire insieme il servizio alle anime e la dedizione alla preghiera e alla meditazione nella solitudine. Avvalendosi della sua personale esperienza, favorì la fondazione di molte ‘fraternità’ o comunità di cristiani consacrati a Dio, che visitava frequentemente” (cfr Gregorio Nazianzeno, Oratio 43,29 in laudem Basilii: PG 36,536b). Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, parlando del monachesimo, ha scritto: “Si ritiene da molti che quella struttura capitale della vita della Chiesa che è il monachesimo sia stata posta, per tutti i secoli, principalmente da san Basilio; o che, almeno, non sia stata definita nella sua natura più propria senza il suo decisivo contributo” (Lettera Apostolica Patres Ecclesiae 2) (Papa Benedetto XVI, Udienza 04-06-07). In Egitto, in Siria, in Asia Minore e a Costantinopoli, in Italia e a Roma, si moltiplicano le esperienze di vita monastica ed è notevole anche il fatto che quasi tutti i grandi Padri della Chiesa dei primi secoli, nell’epoca della fioritura della patristica, scrivono Regole monastiche, o danno inizio e vigore a comunità monastiche maschili e femminili , nate attorno alla loro Chiesa; così Agostino, ordinato vescovo quando desiderava persuadere altri alla vita monastica per la quale scrisse una regola a cui la Regola di San Benedetto è per molta ispirazione debitrice;  così Ambrogio, che trasferisce in occidente il metodo della lectio orante della Parola divina sulla cui base imposta tute le sue omelie (Catechesi del 24-10-07); Crisostomo, che pone le basi della sua azione pastorale in anni di solitudine eremitica a contatto con la Parola (19-09-07) ;  per non parlare di Girolamo il quale “visse da eremita nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo (cfr Ep. 14,10), dedicandosi seriamente agli studi. Perfezionò la sua conoscenza del greco, iniziò lo studio dell’ebraico (cfr Ep. 125,12), trascrisse codici e opere patristiche (cfr Ep. 5,2). La meditazione, la solitudine, il contatto con la Parola di Dio fecero maturare la sua sensibilità cristiana” (07-11-07) e avendo fondato monasteri maschili e femminili vicino a Betlemme, là consumò la sua vita spegnendosi poi vicino alla grotta della Natività. Così, accanto ai monaci e monache che vissero semplicemente nel deserto o radunati in comunità urbane, i grandi pastori della Chiesa d’Oriente e di Occidente in un modo o nell’altro tutti attinsero alla linfa della vita monastica e ne accrebbero la fecondità con Regole, fondazioni di comunità, esperienze personali. Nel VI secolo, mentre  i resti dell’Impero Romano d’Occidente si disgregavano sotto la pressione delle ondate barbariche e una civiltà si consumava sotto lo sguardo desolato di uomini come Agostino e Gregorio Magno (540-604 papa nel 590), la Provvidenza fece nascere nella cittadina di Norcia colui che avrebbe raccolto nella sua Regola (530-560) la sapienza di molte regole antiche e ne avrebbe fatto la base delle reti di monasteri benedettini che costituirono la prima ossatura dell’attuale Europa: Benedetto da Norcia (480-550). Anche qui assistiamo al connubio tra il carisma di un monaco e abate, san Benedetto, e l’intuizione geniale di un Papa, anch’egli abitato dal desiderio struggente della vita contemplativa in mezzo alle pressanti cure pastorali di un pontefice,  che della sua Regola seppe riconoscere il valore e la diffuse in Italia e altrove.

Nel sec. VIII dopo la distruzione operata dai Longobardi  e la successiva ripresa, Montecassino diventa il centro cui guarda tutta l’Europa e cui si accorre per apprendere la genuina osservanza monastica. Accanto a questo altri grandi cenobi benedettini prendono vita: Farfa, San Vincenzo al Volturno, la Novalesa, i grandi monasteri di Brescia, Piacenza, Milano, in Italia; il movimento monastico si diffonde dall’oriente un po’ ovunque: oltre l’Italia, la Francia, la penisola Iberica, la Germania, la Scandinavia appena evangelizzata,  l’Inghilterra.

XI-XII sec. la fondazione di Citeaux

Nel contesto della grande riforma gregoriana che lotta all’esterno per la libertà della chiesa, e all’interno per il rinnovamento, compaiono nuove famiglie religiose, dando vita ai veri Ordines monastici: Cluniacensi, Certosini, Cistercensi, organismi unitari nelle osservanze, fino al dettaglio, con governo accentrato, che superano ormai l’ambito nazionale e si diffondono in tutta Europa. Cessate le migrazioni, ogni popolo si è stabilito nella sua sede e la stabilità locale diventa anche pegno di nuova fecondità e continuità storica. L’Europa dell’XI secolo in un primo tempo proprio attraverso il monachesimo cluniacense si ricostituisce in una unità ideale e di culto. Nel fervore di nuove  fondazioni che significano il respiro di autenticità e di ritorno alle fonti, si distingue la fondazione del Nuovo Monastero di Citeaux, la cui espansione prende l’avvio dal ducato di Borgogna.

La riforma Cistercense nasce per iniziativa dei primi tre fondatori, S. Roberto, S. Alberico e S. Stefano Harding, fiorisce per l’impulso dato da san Bernardo, come un approfondimento, o autoriforma del secolare albero benedettino e raccoglie un insieme di aspetti che  danno vita a una risposta geniale¹ ai bisogni autentici di quel momento storico: una riscoperta autentica e seria della Regola di San Benedetto, all’interno di un desiderio di autenticità e di un amore alla verità sia nel campo della ricerca biblica che nel rapporto con la tradizione; la scelta di una povertà reale a tutti i livelli, delle costruzioni, del vitto, dell’abito, dello stile di vita, del lavoro manuale per tutti, povertà austerità e semplicità anche nella liturgia; l’unanimità in una comunità di fratelli che hanno tutti gli stessi doveri, obblighi e diritti; una genialità pratica dell’arte di edificare la vita, così che il monastero diventa il cuore di una rete di opere che servono al bisogno dell’uomo. Tutto questo produce un patrimonio spirituale e letterario paragonabile forse alla  fioritura d’oro della patristica del IV secolo cristiano,  con scritti di spiritualità e dogmatica, liturgia,  ascetica e mistica, di commento alla Parola e ai misteri dell’anno liturgico, scritti d’occasione, apologetici della nuova riforma , letteratura omiletica, letteratura biografica e agiografica,  scritti apologetici  in difesa di punti di fede , trattati originati da una vita di lavoro  e di fraternità impastata di liturgia e preghiera personale e comunitaria.

Tutto questo indica il sorgere di una nuova coscienza sia ecclesiologica sia antropologica², collocando l’uomo all’interno del monastero inteso come scuola  di carità, che diventa anche scuola di pensiero, scuola di una ratio che e nella Regola e nella Parola di Dio trova la sua misura esistenziale , il suo termine di paragone, e scuola di una affezione nuova tra fratelli. Le scuole del servizio divino diventano scuole di carità verso Dio e verso gli altri. L’anima di questa scuola è l’amore di Cristo fino all’imitazione e alla conformazione a Lui. _________________________

1 – AAVV Bernardo di Clairvaux, Stercal, Bernardo di Clairvaux e la genialità dell’esperienza cistercense, 1-17, Jaca, ottobre 2007, Mi – Id., La “genialità” delle origini cisterciensi, in L’intelletto cristiano. Studi in onore di mons. Giuseppe Colombo per l’LXXX compleanno, Glossa, Milano 2004, pp. 47-58. (torna al testo)

2 – Gregorio Penco, Citeaux e il monachesimo del suo tempo, 41-58, Jaca Book, Storia della chiesa, Complementi, Mi, 1994. (torna al testo)