Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 5.a Domenica del T.O. – A

Is 58, 7-10; 1Cor 2, 1-5; Mt 5, 13-16.

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          Basta poco sale per dare sapore a un piatto! Basta solo una piccola lampada per riscaldare le tenebre di una grande stanza! Difatti, basta poco per rendere il gusto alla vita, per illuminare il senso dell’esistenza. Ma cosa significa essere sale? Cosa significa diventare luce in questo mondo? La spiegazione non si trova in questo brano del vangelo di Matteo, ma forse dobbiamo cercarla nel contesto vicino di questo passo nel nuovo testamento, perché queste parole del Signore vengono proprio dopo le famose beatitudini. Essere sale della terra e luce del mondo potrebbe dunque significare vivere le beatitudini. Secondo il testo del vangelo, sono i poveri in spirito, i miti, gli afflitti, gli affamati e gli assetati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati e quelli che sono diffamati che diventano il sale della terra e la luce del mondo.

          A questo punto, si potrebbe pensare che basta questa interpretazione e che non c’é bisogno di prolungarla. Però, la liturgia di questa domenica suggerisce di non fermarci a questa apparente evidenza. Difatti, il brano della lettera di Paolo ai Corinzi ci invita a meditare un po’ più avanti sul significato delle beatitudini che sono difatti questa “follia della croce”!  È certo un ideale molto bello e molto alto, ma forse troppo alto per noi. A questo punto, ci sarebbe il grande pericolo di avere una visione così alta della nostra fede che diventerebbe un ideale riservato per alcuni eroi della fede, e dunque impossibile per l’immensa maggioranza dei cristiani. Perché sappiamo tutti molto bene, se siamo onesti, che non siamo degli eroi.

          La nostra debolezza, la nostra incapacità, la nostra tiepidezza, i nostri tradimenti, li conosciamo molto bene. E più andiamo avanti nell’esistenza, più diventiamo consapevoli delle nostre mancanze. Ed è proprio da questo che parte l’Apostolo Paolo, nel brano della sua epistola ai Corinzi, per aiutarci a capire meglio cosa significa il vangelo di oggi. L’Apostolo non parte dai propri meriti, dalle sofferenze sopportate, dalle sue conoscenze o dalle sue capacità, ma si appoggia proprio su ciò che per noi fa problema: “mi presentai a voi”, dice, “nella debolezza e con molto timore e trepidazione”. Per Paolo, ciò che fa di solito la reputazione di un predicatore, “i discorsi persuasivi di sapienza”, egli lo respinge e lo considera come nulla.

          Ciò che dà sapore e luce, non sono i doni superiori e le qualità umane, ma la presenza della forza di Dio nella fragilità dell’uomo. È proprio il contrasto tra la povertà del vaso e la qualità del profumo che fa la bellezza del vangelo. Non basta ciò che attrae lo sguardo, la parola che cattura l’attenzione, il discorso che convince l’intelligenza. Ma come basta un po’ di sale per trasformare un piatto, come basta un po’ di luce per illuminare una stanza oscura, così basta questa umile presenza di Dio in noi per trasformare il mondo. Perché è solo Dio che può trasformare la nostra personalità ordinaria, le nostre parole molto comuni, la nostra presenza senza rilievo in luce e sale per il mondo. Però ci vuole anche la nostra cooperazione, il nostro povero consenso, il nostro piccolo “si”, perché il mondo lo possa gustare!

 

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