San Paolo VI (m)
Dalle Udienze di S. Paolo VI (17.5.72)
Necessità del silenzio interiore per ascoltare la voce dello Spirito Santo
«Lo Spirito soffia dove vuole», dice Gesù nel famoso colloquio con Nicodemo (Io. 3, 8); non potremo perciò tracciare delle norme dottrinali e pratiche esclusive circa gli interventi dello Spirito nella vita degli uomini; Egli può manifestarsi nelle forme più libere ed impensate; Egli «gioca nel cerchio della terra» (Prov. 8, 31); l’agiografia ci narra tante avventure curiose e stupende della santità; ogni maestro di anime ne sa qualche cosa. Ma una regola c’è, un’esigenza ordinaria s’impone per chi voglia captare le onde soprannaturali dello Spirito Santo; ed è questa: l’interiorità. L’appuntamento per l’incontro con l’ineffabile Ospite è fissato dentro l’anima. Dulcis hospes animae, dice il mirabile inno liturgico della Pentecoste. L’uomo è fatto «tempio» dello Spirito Santo, ci ripete San Paolo (Cfr. 1 Cor. 3, 16-17; 6, 19; 2 Cor. 6, 16; Eph. 2, 22). Per quanto l’uomo moderno, spesso anche il cristiano, anche il consacrato, tenda a secolarizzarsi, non potrà, non dovrà mai dimenticare questa impostazione fondamentale della vita, se questa vuol rimanere cristiana e animata dallo Spirito Santo, l’interiorità. La Pentecoste ha avuto la sua novena di raccoglimento e di preghiera. Occorre il silenzio interiore per ascoltare la Parola di Dio, per sperimentare la presenza, per sentire la vocazione di Dio. Oggi la nostra psicologia è troppo estroflessa; la scena esteriore è così assorbente che la nostra attenzione è in prevalenza fuori di noi; siamo quasi sempre fuori della nostra casa personale; non sappiamo meditare, non sappiamo pregare; non sappiamo far tacere il frastuono interiore degli interessi esteriori, delle immagini, delle passioni. Non v’è spazio quieto e sacro nel cuore per la fiamma di Pentecoste. Pretendiamo forse di avere «carismi» speciali per rivendicare ai capricci spirituali dei nostri istinti una cieca autonomia, e non cerchiamo di ricondurre alla sua autentica fase d’ispirazione divina i nostri sentimenti ed i nostri pensieri. La conclusione viene da sé: bisogna dare alla vita interiore il suo posto nel programma della nostra affaccendata esistenza; un posto primario, un posto silenzioso, un posto puro; dobbiamo ritrovare noi stessi per essere in condizione d’avere in noi lo Spirito vivificante e santificante; se no, come ascoltare la sua «testimonianza»?

