Cronaca di Md. Rosaria di Vitorchiano per le case della filiazione di Vaise

Carissime tutte,

vi scriviamo per dirvi che stiamo bene, anche se viviamo nella nazione del mondo attualmente più colpita dal coronavirus. Qui nella nostra zona i contagi sono pochi, ma siamo soggetti come tutta l’Italia e gran parte del mondo a restrizioni nei movimenti e nei contatti sociali.

Il nostro lavoro è calato: un po’ meno ordini di marmellate, l’editoria è ferma, la foresteria e il botteghino sono chiusi, gli ordini di vino annullati. Ma il nostro cantiere per la fondazione in Portogallo non è stato chiuso. Anche se c’è qualche difficoltà nel reperimento dei materiali di costruzione, i lavori vanno avanti, e questo certo grazie alla benedizione della Madonna di Fatima.

Per quanto riguarda le nostre famiglie per ora sono state colpite dal virus solo due persone: il papà di Irene, medico pediatra a Chiavari (Liguria), che si sta lentamente riprendendo dopo essere stato vicinissimo alla morte, e il papà di Carolina, infermiere, richiamato in servizio all’ospedale di Cremona e ora ricoverato. Li affidiamo entrambi alla vostra preghiera. Sono padri e nonni, ma non hanno ancora 70 anni e sono due persone generosissime, che hanno contratto il virus stando a contatto con i loro pazienti.

Da ieri inoltre è con noi, per questo tempo di epidemia, la mamma di una nostra sorella che stava in una casa di riposo a Montefiascone. Le case di riposo sono considerate a rischio, perché essendoci molti anziani, se entra il virus diventano delle vere e proprie bombe, allora, visto che la nostra foresteria è chiusa e non abbiamo ospiti, possiamo ospitare la mamma in una delle nostre casette e la sorella resterà con lei.

Gli amici e conoscenti colpiti invece sono molti e tantissime le richieste di preghiera che riceviamo, a volte strazianti. Sentiamo le persone sopraffatte e angosciate, a volte quasi disperate. E non ci sono solo le persone colpite dal corona virus, ma anche tanti altri bisogni che la situazione attuale ha reso più pesanti e difficili.

Cerchiamo di vivere tutto questo andando all’essenziale. Abbiamo letto in refettorio la bella lettera di Dom. Mauro Lepori, “Fermatevi e sappiate che io sono Dio”, nella quale ci siamo pienamente riconosciute. In effetti questo tempo ci ha costrette a fermarci e a tornare a quello che è il cuore della nostra vocazione: la preghiera. È come se i Salmi parlassero di più e anche la coscienza con la quale riceviamo l’Eucaristia si è fatta più grande e grata, pensando a tutti i cristiani che in questo tempo non hanno la possibilità di ricevere questo dono. Ci troviamo quasi ogni giorno per il rosario comunitario e, quando è possibile, per l’adorazione del Santissimo.

La preghiera e la fiducia in Dio sono anche le parole che il Papa ci ha lasciato venerdì 27 marzo, durante il momento d preghiera e adorazione in piazza San Pietro. Un momento forte in cui il successore di Pietro attraverso i suoi gesti, così essenziali, ci ha rimesso davanti al Crocifisso, alla Madonna e all’Eucaristia, implorando sull’umanità la benedizione di Dio.

Si sente il peso delle restrizioni in materia di Culto pubblico ed è una desolazione dover celebrare il Triduo e la Pasqua a porte chiuse. Come pesano anche le misure di contenimento, di distanziamento sociale e fermo delle attività produttive imposte a tutta la nazione. Per un aspetto è comprensibile per limitare il contagio, ma bisogna tener conto che la situazione non è la stessa ovunque. Al di là di qualche voce isolata, tutti si adeguano senza fiatare. È come se la gente, incapace di trovare un senso a quello che ci sta accadendo, si sentisse al sicuro lasciandosi sottomettere in questo modo. Una volta di più si rende evidente che la mancanza di identità e di coesione attorno a valori e verità può solo lasciar spazio all’autoritarismo.

Addolora inoltre sapere che durante questa emergenza gli aborti NON sono stati sospesi. Molti reparti negli ospedali con tutto il loro personale medico ed infermieristico sono stati convertiti per essere adibiti alla cura dei contagiati da Covid, ma i medici abortisti hanno continuato a fare il loro lavoro. Questa emergenza ha portato a galla la cultura di morte che affligge il nostro popolo.

Ma non solo, grazie a Dio. C’è infatti la testimonianza di sacerdoti e religiosi che rischiano il contagio per assistere i malati che negli ospedali sono totalmente isolati, non possono vedere nessun parente e morirebbero soli, se non fosse per questi uomini e donne di carità.

Sono venute alla luce anche tante testimonianze di medici e infermieri eroici, che vivono il loro servizio con dedizione totale. Vediamo grandi sforzi per aumentare i posti letto negli ospedali e le sale di rianimazione e il pensiero va a tutti quei Paesi più poveri in cui si potrebbe creare una situazione ben più difficile e penosa.

Per quanto riguarda gli aiuti dall’estero, il nostro governo ha rifiutato di inserire nei servizi sanitari i 300 medici venezuelani residenti in Italia che si erano offerti, e ha invocato e ottenuto aiuti dalla Cina, dalla Russia e da Cuba: siamo “invasi dalle armate rosse”, che a crisi finita non usciranno tanto facilmente dai nostri confini. L’Europa del Nord ci ha voltato le spalle, ma Edi Rama, il premier Albanese, ci ha inviato 30 medici e infermieri: un piccolissimo esercito in camici bianchi, tutti inviati a Bergamo, tutti spesati dalla nazione Albanese.

Insomma, è un momento carico di prove e contraddizioni, ma al tempo stesso di sfide e di grazie. È qualcosa di grosso che sta accadendo ed ora è presto per trarre conclusioni: dobbiamo innanzitutto viverlo. Chiediamo a Dio che tutto questo non passi senza aver cambiato i nostri cuori.

Continuiamo ad essere unite nella preghiera specialmente in questa Settimana Santa e nella Pasqua andando in profondità al mistero che celebriamo, da dove solo viene la luce che può illuminare l’oggi.

 

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