Capitolo del 26 gennaio 2020 Domenica della Parola

Questa Domenica della Parola di Dio verrà così a collocarsi in un momento opportuno di quel periodo dell’anno, quando siamo invitati a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani. Non si tratta di una mera coincidenza temporale: celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida.

Le comunità troveranno il modo per vivere questa Domenica come un giorno solenne. Sarà importante, comunque, che nella celebrazione eucaristica si possa intronizzare il testo sacro, così da rendere evidente all’assemblea il valore normativo che la Parola di Dio possiede. In questa domenica, in modo particolare, sarà utile evidenziare la sua proclamazione e adattare l’omelia per mettere in risalto il servizio che si rende alla Parola del Signore.

(Aperuit illis)

All’inizio era la comunione

Roberto, Alberico e Stefano

 

 

Eb 11 1-2; 8-16

Fede-Roberto

 

In radice ai nostri padri fondatori troviamo la figura di Abramo. Giustificato dalla fede, parte sulla fede, riceve una promessa che mette insieme le stelle del cielo e la polvere della terra, una discendenza in un’apparente sterilità, questa stessa discendenza gli viene richiesta dopo esser stata miracolosamente donata, egli è il portatore non dell’anello del potere, ma della benedizione che, di generazione in generazione, arriva fino a Cristo la discendenza promessa da cui tutti rinasciamo.

Questo pellegrino della fede, nomade di mondi sconosciuti, non somiglia forse alla figura di Roberto che osa partire, che rimane nell’obbedienza alla chiesa, che va e ritorna e poi riparte ritorna ancora, che però attira alla nuova comunità molte persone notevoli e infine muore nell’obbedienza quasi disperando della discendenza?

Fu veramente il padre di Citeaux. e la cosa che noi suoi figli possiamo meglio imparare da lui è il suo odio per ogni compromesso. Veramente quelli che hanno dipinto san Roberto come in conflitto con monaci decadenti e completamente sregolati hanno frainteso il punto centrale della riforma cistercense. La grandezza dell’ideale di San Roberto è che gli usi monastici di Cluny, che non erano cattivi, ma buoni tanto quanto possibile, non erano per lui abbastanza buoni. Il fatto che le mitigazioni di Cluny fossero tutte sancite dall’autorità competente, e anche che avevano speciosi motivi di prudenza dalla loro parte, non lo convinceva abbastanza. Voleva dare a Dio tutto: e questo è lo scopo del nostro Ordine: la completa immolazione di corpo, mente e volontà a dio, senza compromesso. I monaci di Cluny cercarono di modificare la lettera della Regola secondo la «prudenza» senza perdere il suo spirito. San Roberto e i suoi compagni credevano, come anche un grande abate della Riforma Cistercense dei nostri giorni,[1] che la via migliore per mantenere lo spirito della Regola è aderire alla lettera il più perfettamente possibile[2].

 

2 Cor 4, 6,11

Speranza – Alberico 

Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati (alle strette) siamo sconvolti, ma non disperati; di fronte a un dilemma che però non è senza soluzione…

La fragilità della mediazione è il materiale di conduzione adatto per una potenza che non è nostra. (Vediamo ancor oggi la fecondità dei vasi di coccio di Israele e della tradizione ebraico cristiana e della Grecia e la tradizione del pensiero filosofico in confronto all’acciaio degli imperi che li circondavano…!). Questa sproporzione che alla radice di ogni nostro scandalo e fatica è benissimo descritta dalla II Corinti, descrivendo situazioni che sono come al limite, ma che mai arrivano oltre il limite: messi alla prova, ma non schiacciati, (in realtà il verbo usato altre due volte dice non “state allo stretto”), siamo nella prova ma la prova non ci riduce, e poi siamo sconvolti davanti a un’alternativa che non è chiara, perplessi, incerti, però sempre con una soluzione. Non somiglia questo alla figura di Alberico? É il secondo Abate quello che attraversa i momenti difficili della nascente fondazione, comprese ribellione, botte, et similia, ma è quello che pone il nascente Ordine sotto la protezione di Maria che gli appare, e sotto la protezione, per sempre, della Chiesa con Pasquale II.

Alberico uomo di lettere, amante della Regola e dei fratelli è davvero l’immagine della speranza, e perché la fiamma della speranza non si estingua pone la nascente chiesa sotto il manto di Maria e sotto la protezione del papa.

Dal Grande esordio I, XVI – L’elezione di Alberico

Orfana dunque, come abbiamo detto sopra, la nuova chiesa della nuova osservanza del padre spirituale, si radunò nel nome del Signore per procedere a sostituirgli un pastore migliore e meglio addestrato al combattimento spirituale. Né in questo affare gli uomini santi, alieni da bramosia e invidia d’onori, incontrarono difficoltà di sorta, ma subito con regolare elezione si dettero come abate un venerabilissimo uomo di nome Alberico, uomo di lettere, attivo nelle cose divine e umane, amante della Regola e dei fratelli. Da lungo tempo aveva assolto con grande zelo l’incarico di priore, dapprima nella chiesa di Molesme e poi in questa, e da tempo si era dato da fare con tutto l’impegno, come un vero atleta, perché i fratelli si trasferissero da Molesme in quest’altro luogo: impresa per cui aveva sofferto da parte dei falsi fratelli molte ingiurie e ancora sia le battiture che il carcere (cfr EP 9) per il nome del Signore Gesù.

Ma quanto mirabilmente, quanto secondo la disposizione del giusto giudizio di Dio, colui che più degli altri si era dato da fare a servizio del bene perché la perla preziosissima della purezza monastica venisse tirata fuori dallo sterco dei vizi, meritò di ricevere in cambio degli insulti gloria, delle battiture tanto indegne quanto immeritate il favore di Dio e degli uomini, della reclusione nel carcere la pienezza della libertà! Così, ormai nella pienezza della potestà, avrebbe potuto realizzare liberamente l’impresa santa – gradita a Dio e quanto mai necessaria per guadagnare le anime – che uomini tiepidi e incapaci di comprendere il santo fervore avevano tentato di troncare subito, fin dalla radice.

Accettata infine, anche se con molta resistenza, la responsabilità pastorale, cominciò a pensare, da uomo di mirabile lungimiranza qual era, alle tempeste di tribolazioni che un giorno avrebbero potuto colpire fino a far crollare la casa a lui affidata, e premunendosi per l’avvenire, dopo aver consultato i suoi fratelli e altre persone di fiducia, inviò presso la Curia Romana due monaci, supplicando per mezzo loro il Signor Papa Pasquale che si degnasse ricevere la sua nuova chiesa sotto le ali della protezione apostolica, e d’apostolica autorità decretasse che rimanesse in perpetuo libera e tranquilla dalle pressioni di qualsiasi persona, ecclesiastica o secolare. (EP 10).

Privilegio di Pasquale II  

Decretiamo pertanto che quel luogo che avete scelto di abitare per trovarvi la quiete dell’ordine monastico, sia al sicuro e libero dalle molestie di qualsiasi mortale; e confermiamo che lì ci sia in perpetuo un’abbazia e sia protetta in modo speciale sotto la tutela della Sede Apostolica, salvo l’ossequio canonico per la Chiesa di Chalon.

E se Roberto rimanda alla figura del patriarca Abramo, Alberico che ha sofferto per la sua chiesa non somiglia ad Isacco, il figlio della promessa segno e profezia di Cristo agnello sacrificale?

Gv 15, 9, 17

La Carità: il testamento di Gesù e il testamento di Stefano

Se in Roberto vediamo la fede degli inizi, la stessa fede che mosse Abramo a partire, in Alberico la speranza che sa sostenere i tempi difficili e porre il nascente ordine sotto la custodia perenne della Chiesa, in Stefano Harding è la carità che diventa struttura giuridica. Le caratteristiche del suo governo che appartengono alla carta di identità dei cistercensi, la libertà dai nobili benefattori, l’essenzialità della liturgia, il valore del lavoro manuale, e un sano equilibrio tra lo sviluppo della vita religiosa e liturgica e lo sviluppo agricolo ed economico. Per quanto riguarda il suo personale carisma, la sua personalità si addice proprio bene a questa domenica della Parola di Dio e ci dice con quanta cura e amore siamo chiamate a familiarizzarci con questa Parola; è Stefano che si è dedicato con la passione di un nuovo Girolamo alla revisione del testo della Vulgata con la raccolta dei migliori manoscritti e la collaborazione dei maestri ebrei (in sua scriptura peritos), che ha parimenti sottolineato l’ osservanza della Regola, che ha curato l’autenticità dei testi liturgici (Canto gregoriano e inni ambrosiani) e infine la sua opera propria, la Carta caritatis: il documento della ecclesiologia di comunione che diede la struttura portante dell’Ordine. In questo modo la carità che è il centro del testamento di Gesù (Amatevi gli uni gli altri…) è anche il lascito perenne di Stefano al nascente ordine:

Il richiamo all’amore come fondamento dell’obbligazione normativa non mira alla dissoluzione della legge nell’amore, ma al contrario alla costituzione della carità in un vero e proprio principio giuridico. La legge è una specie dell’amore, «è un amore che lega ed obbliga», scrive Adamo di Perseigne (…) Comando e persuasione, precetto e consiglio, rigore e carità sono ora modi di un’unica legge che non lascia esistere più nulla fuori di sé. Ma se la regola, la norma di vita, riconduce dentro di sé ed unifica ciò che il diritto classico e quello canonico erano soliti delegare ad un altro tipo di normatività è perché non v’è più alcun aspetto dell’esistenza umana che possa dirsi fuori dal diritto e dalla norma[3].

E possiamo essergli riconoscenti, perché oggi, a tanti secoli di distanza, la vita consacrata è chiamata a riconfigurarsi in congregazioni e federazioni che rimandano a quell’unità di legge e di vita che la Carta Caritatis fin da allora ha voluto custodire…C’è un aspetto di profezia realmente notevole.

E se Roberto ricorda Abramo come l’origine, Alberico Isacco come il figlio sacrificato, Stefano non è forse simile a Giacobbe il patriarca fecondo? In ogni modo all’inizio dell’Ordine non c’è un singolo santo sia pur grande come Bernardo, ma una comunione in una storia di salvezza che raggiunge anche noi oggi.

I fondatori nel loro insieme

All’inizio c’era la comunione… riprendo, per concludere, un testo di don Claudio Stercal:

L’Ordine cistercense nel XII secolo appare non come il frutto chiaro e ben definito dell’intuizione di un singolo fondatore, quanto piuttosto come il frutto della ricerca progressiva di un gruppo. Una ricerca progressiva di una forma autentica e convincente di vita cristiana… la loro esperienza non è frutto di una personalità geniale e singolare – evento che si realizza raramente nella storia e che facilmente si espone ai pericoli della soggettività – quanto l’esito di una ricerca comune che se ben condotta ha maggiori garanzie di oggettività e può interpretare meglio lo spirito di un’epoca[4].

Ed ecco i nostri tre fondatori, fede, speranza e carità, ma pure rimando alle Persone della Santissima Trinità, Padre, l’origine, il Figlio che ha sofferto e lo Spirito che anima con la carità. Lo ricorda Thomas Merton:

Manrique, l’annalista dei cistercensi, trasse un’ingegnosa analogia tra i primi tre padri dell’ordine e le Tre Persone della Santissima Trinità. San Roberto era la fonte e il padre dell’ideale cisterciense; sant’ Alberico soffrì perché esso potesse vivere; Santo Stefano possedeva l’energia e la carità e certamente l’abilità geniale necessaria per mettere in pratica questo ideale nella fondazione di uno die più grandi ordini contemplativi nella chiesa. Questo lavoro di diffusione corrispondeva più che altro, in una vaga analogia, all’opera dello Spirito Santo. Era l’opera vera e propria dello Spirito di Dio in e attraverso Stefano. Non è certo una finzione dire che lo Spirito d’Amore ha vissuto e operato nell’anima di questo grande santo con una particolare immediatezza e intensità.[5]

Ci ricongiungiamo qui con la settimana Unità (l’Unità è l’opera personale dello spirito Santo) e con la liturgia della Parola: il cap 15 del Vangelo di Giovanni è il fondamento scritturistico della Carta di Carità.

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[1] Dom Jean Baptiste de Keryallan, OCR

[2] Thomas Merton, In the valley of wormwood, Liturgical Press,2013, p. 243

[3] Emanuele Coccia, La legge della salvezza Bernardo di Clairvaux e il diritto monastico, in Viator 41 2010 p. 127-146.

[4] Claudio Stercal, Stefano Harding, Jaca Book, 2001, p. 4.

[5] Thomas Merton, In the valley of wormwood, Liturgical Press,2013, p. 262

 

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