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L'altare simbolo di Cristo

La riforma cistercense ha anche segnato profondamente il rinnovamento della liturgia: l’ha semplificata e unificata. Oggi nelle celebrazioni comunitarie, improntate alla grandezza e alla sobrietà, monaci e monache esprimono in modo luminoso la loro vocazione alla lode divina, all’intercessione per la Chiesa e per il mondo, in comunione con la preghiera di tutti i cristiani. Nell’Eucaristia e nella liturgia delle ore, che esprimono il mistero di Cristo e
mostrano l’autentica natura della Chiesa, essi manifestano in modo privilegiato la loro unione intima con il Signore e la sua opera di salvezza. Trovandovi il proprio nutrimento quotidiano, in un equilibrio sereno con la loro vita di lavoro, attestano con forza quella che è la ragion d’essere della loro missione particolare fra gli uomini.
Giovanni Paolo II, 06-03-1998 , IX Centenario di Citeaux

Il vostro servizio primario per questo mondo deve quindi essere la vostra preghiera e la celebrazione del divino Officio. La disposizione interiore di ogni sacerdote, di ogni persona consacrata deve essere quella di “non anteporre nulla al divino Officio”. La bellezza di una tale disposizione interiore si esprimerà nella bellezza della liturgia al punto che là dove insieme cantiamo, lodiamo, esaltiamo ed adoriamo Dio, si rende presente sulla terra un pezzetto di cielo. Non è davvero temerario se in una liturgia totalmente centrata su Dio, nei riti e nei canti, si vede un’immagine dell’eternità.
(Benedetto XVI, 9 settembre 2007, alla abbazia cistercense di Heiligenkreutz)


Liturgia - servizio di Dio

«Sette volte al giorno ti ho lodato».
S.Benedetto nella Regola riporta questo versetto del salmo per significare la pienezza della lode (sette biblicamente è il numero della perfezione) e per sottolineare che tutta la giornata è come ritmata e scandita dal regolare ripetersi di un gesto comune di lode, di supplica, di ringraziamento. Questo gesto di preghiera è un atto pubblico della comunità monastica riunita che definisce l’opera principale della vita del monaco\a, quella che lo identifica, che gli dà la carta di identità: l’Opus Dei, l’Opera di Dio o Ufficio Divino.



Ufficio Divino
La Liturgia trova il suo centro nella Eucaristia quotidiana e la preghiera delle Ore prolunga la celebrazione del sacrificio di Cristo attraverso lo scorrere del tempo e i susseguirsi dei vari momenti della vita della comunità: il lavoro e riposo, il pasto e il sonno, la fraternità e la solitudine, la lettura e lo studio.
La liturgia, è servizio di Dio in cui chi prega si fa anche voce di tutta la creazione, risonanza dell’umanità: il rapporto con il Padre nella preghiera vissuta in unione a Cristo per mezzo dello Spirito è il luogo dove tutto trova senso e direzione.

Comunione e interiorità: “Habitare secum”.
La comunione: la preghiera non è una preghiera solitaria, è la preghiera della Chiesa: chi prega entra nella preghiera di Cristo e Cristo ha consegnato la sua preghiera alla Chiesa, ed essa la offre nuovamente al Padre.


La memoria: la preghiera fatta con le parole dei salmi e ascoltando in modo continuo e regolare la lettura di brani ampi della parola di Dio, dalla preghiera dei Notturni, nel pieno della notte, in attesa dell’alba, a Compieta,la preghiera che “compie” la giornata, l’ultima preghiera prima di addormentarsi, è un far memoria della storia della salvezza, un far memoria che rende presente questa stessa storia sacra nell’ “Oggi” . Per questo la vita della comunità monastica è come sotto lo sguardo permanente della presenza di Dio, anticipando in questo la dimensione definitiva del Paradiso.
Per questo i monaci medievali chiamavano il chiostro “paradisus claustralis”.


Tempo dell’anno e della giornata

Dimensione del tempo
: il corso dell’anno liturgico e lo svolgersi della giornata vengono illuminati, assunti, significati e offerti dal succedersi dei tempi Liturgici. Dall’Avvento alla solennità di Cristo Re che celebra il suo ritorno glorioso come re e giudice della storia, contempliamo i misteri della vita di Cristo attraverso la memoria che attualizza ogni anno il mistero dell’Incarnazione (Avvento-Natale) della sua rivelazione alle genti e a Israele (Epifania Presentazione), il cammino della vita concepita come conversione continua e combattimento nelle schiere di Cristo (Quaresima), la risurrezione della


Pasqua fino al dono dello Spirito (Pentecoste) che costituisce la Chiesa e la invia in missione (Tempo ordinario): Il tempo ordinario è a sua volta scandito dalle feste di Maria, degli Apostoli, dei santi, delle feste speciali del Signore di modo che ogni giornata ha il suo proprio colore, e la Parola della Scrittura vi trova la sua piena interpretazione.


Ugualmente la giornata viene santificata dallo svolgersi in essa da Vigilie a Compieta delle Ore dell’Ufficio divino, dove ciascuna ora ha un suo carattere proprio, dalla contemplazione silenziosa in attesa dell’alba e dell’Eucaristia, propria dei notturni, all’accento laudativo ed eucaristico propri delle Lodi mentre i Vespri sottolineano meglio un accento di supplica e di invocazione, la preghiera “veloce“ delle Piccole Ore che costituisce come una sosta nel lavoro, un respiro nella fatica, e finalmente la preghiera meditativa di Compieta dove tutto si posa alla fine sotto lo sguardo misericordioso della Vergine della Salve, patrona di tutti i monasteri cistercensi.

Canto : parole e musica
L’ufficio divino, sia la Liturgia delle ore che la Liturgia Eucaristica, è interamente cantata. Quando le fondatrici arrivarono in questa Valle Serena e vi iniziarono nel 1968 la Vita Regolare avevano portato con se i grandi libri liturgici in gregoriano, che ancora adesso costituiscono la parte più preziosa del patrimonio che ci è affidato. In quegli anni soffiava vigoroso il vento dello Spirito che aveva animato il Concilio Vaticano Secondo, proprio nella sua prima Costituzione sulla liturgia: insieme all’edificazione di una nuova comunità le sorelle lavorarono fin dall’inizio alla costituzione di un Ufficio Liturgico in lingua italiana, in conformità alle nuove indicazioni della Chiesa, pur salvando la semplice bellezza del patrimonio gregoriano che tuttora usiamo, in parte, per la Eucaristia e per alcune delle più grandi solennità.


Accanto a questo però mano a mano nascevano anche musiche e canti in italiano e la salmodia stessa non era più cantata sugli otto toni gregoriani ma con toni moderni, sia pure attinti dalla fonte antica e ad essa ispirati.
Nella liturgia la Chiesa, e in particolare la Chiesa monastica, va incontro la Signore che viene; il Signore nell’Apocalisse viene circondato dai quattro esseri viventi e dalla schiera degli angeli che cantano. Per questo Benedetto nella Regola dice: «Riflettiamo su come si debba essere e stare davanti alla divinità e agli angeli e stiamo allora nel nostro canto in modo tale che il nostro cuore sia all’unisono con le nostre voci. Mens nostra concordet voci nostrae». (RB XIX 6-7)
Allora la creazione liturgica non è l’esuberanza di una creatività personale, ma nasce dall’ascolto del canto degli angeli e nella misura in cui riesce a mettersi in sintonia con quello entra nel canto della liturgia celeste e deve innalzare il suo cuore perché sia in armonia con questa tonalità che gli giunge dall’alto. (Vedi allegato: Intervento di Benedetto XVI con i sacerdoti di Albano, settembre 2006)
Se rispetto alla musica lo spartito dev’essere preso dalla liturgia celeste, rispetto alla Parola il coro monastico si pone sulle labbra le Parole di Dio, in particolare le parole del libro dei salmi.

Cosa significa “Cantate a Dio con arte” (Sl 47)? La tradizione patristica interpreta: ”Cantate con intelligenza, con sapienza “Psallite sapienter".
«Il “cantare i salmi” deve compendiare e portare in sé qualcosa dell’essenza della sapienza. Per misurare la profondità di questa formulazione, si dovrebbe ponderare che cosa si intende per sapienza: una condotta dell’uomo che, certo comprende in sé anche la sanità dell’intelligenza, ma significa ancor più “piena integrazione” dell’uomo in tutti i suoi fattori, dell’uomo che non comprende la realtà, né è essere ragionevole solo in virtù del puro pensiero, bensì con tutte le dimensioni della sua esistenza. Per questo motivo si dà affinità tra sapienza e musica: perché anche in quest’ultima si verifica una tale integrazione dell’umano, e così l’uomo intero si conforma al Logos” (Joseph Ratzinger, Cantate al Signore un Canto nuovo, Jaca Book, p. 122)
La musica sacra è musica a servizio della Parola perché a servizio di Cristo Verbo, Parola, Logos del Padre, è o dovrebbe essere una musica conforme al Logos…
Come dice Gregorio Magno, biografo di Benedetto e monaco per vocazione prima di essere Papa per missione: “Quando il canto della salmodia risuona dalle profondità del cuore, il Signore onnipotente trova per esso una via di accesso ai cuori, per inondare colui che protende tutti i suoi sensi ad ascoltarlo, dei misteri della profezia o della grazia della contrizione”. (Om in Ez I, 15 )

Lo spazio sacro: la chiesa


La comunità monastica vive nel tempo e nella storia e innalza il suo canto orante da un luogo specifico che è il cuore dell’edificio del monastero: la chiesa. L’esperienza monastica del XII secolo fu talmente innovatrice e allo stesso tempo talmente radicale e conservatrice da arrivare anche a una trasformazione del modo di costruire le chiese.
La costruzione della chiesa cistercense rispecchia l’esperienza spirituale che in essa si compie.
«All’esuberante opulenza dell’arte romanica viene opposta una estetica della povertà che intende limitarsi all’essenziale e presentare solo delle forme funzionali, estremamente semplici. L’arte cistercense è austera, disciplinata e fondata sulla ricerca della purezza di linee. Essa non è meno intrisa di spiritualità di quella di Cluny».¹
La ricchezza delle raffigurazioni pittoriche, delle sculture e dei fregi è sostituita dalla purezza delle linee, dalla sobrietà misurata delle forme, dalla trasparenza dell’edificio: semplicità e spogliazione che richiamano a quella interiorità profonda che è la terra dove il monaco passa dalla regione della dissomiglianza, la regione della lontananza in cui il figlio prodigo si smarrisce, alla regione della somiglianza, ritrovando la patria perduta della bellezza Suprema che è Cristo,
il Verbo che abita per la fede nei nostri cuori.


Dai «Capitula» (libera ripresa delle decisioni prese nei primi Capitoli Generali)
1. IX La costruzione delle abbazie
«E’ stato deciso che tutti i nostri cenobi devono essere fondati in onore della Regina del cielo e della terra» (Instituta XVIII)
[3] Nessuno dei nostri cenobi deve essere costruito nelle città, nei borghi e nei villaggi.
[4] Non si deve inviare un nuovo abate in un nuovo monastero senza almeno dodici monaci, né senza questi libri: un salterio, un innario, un collettario, un antifonario, un graduale, una regola, un messale; e neppure se prima non sono stati costruiti questi edifici: l'oratorio, il refettorio, il dormitorio, il locale degli ospiti e del portinaio, in modo che vi si possa subito servire Dio e vivere secondo la regola.
[5] All'esterno della porta del monastero non sia costruita nessuna abitazione, se non edifici per gli animali.
[6] Affinché, poi, tra le abbazie si mantenga, per sempre, un'indissolubile unità, è stato stabilito, per prima cosa, che la regola del beato Benedetto sia interpretata e osservata da tutti in un unico modo.
[7] Ci siano, inoltre, gli stessi libri, almeno quelli concernenti l'ufficio divino, lo stesso cibo, lo stesso abito e, infine, gli stessi usi e le stesse consuetudini, in tutto.²


«Dunque, io vi prego, per la durata del nostro pellegrinaggio in questo secolo, per il tempo di questa nostra milizia sulla terra, edifichiamo per noi, non case da abitare, ma tende provvisorie. Infatti noi dobbiamo esserne richiamati ben presto per emigrare verso la patria, verso la nostra città, verso la dimora della nostra eternità. Poiché noi siamo in un accampamento, combattiamo in terra straniera.»
La nostra chiesa attuale non ha certo l’antichità gloriosa di una chiesa cistercense del XII secolo, entrando nella quale possiamo ancor rivivere l’impressione di entrare direttamente in un altro mondo, nel mondo dell’interiorità e del silenzio, del mondo della luce e della musica, del canto gregoriano e della liturgia eterna, davvero di stare alla presenza degli angeli…é una semplice chiesa in mattoni, con un tetto che le dà l’apparenza di una tenda nel deserto o di una vela che solca il mare della storia. All’interno è semplice: salvo il crocifisso in legno e la Madonna non vi sono altre raffigurazioni pittoriche così che l’attenzione sia concentrata sulla parola e non sull’immagine, le linee architettoniche sono essenziali. Ancora, come nel XII secolo, i locali più importanti della casa sono disposti attorno al chiostro, i cui quattro lati richiamano le quattro dimensioni dell’universo; così che ogni monastero è come una piccola Gerusalemme centro della terra, per il mistero che nasconde nella sua povertà e nel silenzio che ancora la abita.


Il “Paradisus claustralis”.
Il chiostro, nella sua semplicità, assolve la stessa funzione pedagogica che svolgeva nelle abbazie del XII secolo: aiutare la persona a centrare lo sguardo sulla Parola fatta carne, il verbum abbreviatum fatto uomo, e sul centro del proprio essere a cui ritornare sotto lo sguardo del Padre. La chiave della simbologia cistercense è anche nella linearità, spogliamento e nudità della pietra squadrata, a cui la vita cistercense somiglia nella sua rettitudine, linearità, spogliamento e sobrietà. "Le parole della Scrittura sono pietre squadrate, perché sono stabili in ogni luogo e irreprensibili da ogni lato” (Gregorio Magno, In Ez. II, 9, 8.)
Sui quatro lati di ogni pietra è scritta l’unica Parola, l’unico Verbo del Padre.

Gregorio Magno, in Ez II, II, IX, 8
"
I cuori dei santi sono mense di Dio costruite con pietre squadrate per l'olocausto, perché coloro che meditano sempre le parole di Dio immolano se stessi al Signore liberandosi dall'egoismo. Per cui è scritto: La legge del suo Dio è nel suo cuore, i suoi passi non vacilleranno. E ancora è detto: Conservo nel cuore le tue parole."


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  1 - Goffredo Viti, S.Bernardo e l’architettura cistercense, ed. Casamari-Certosa Firenze, 1995, p. 30, (torna al testo)
  2 - Guglielmo di St. Thierry, La lettera d’Oro, C. Leonardi, ed. Sansoni, 1983, FI, p. 161, n. 151. (torna al testo)



 
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